La morte come valore

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La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Mar Apr 15, 2008 11:53 pm

Il Progresso, il Denaro, la Tecnica, la Scienza, non riescono a colmare l'enorme vuoto lasciato dalla morte di Dio. Nessuno dei nuovi idoli, infatti, affronta l'unica questione su cui valga la pena interrogarsi, il problema capitale : la Morte. Il cristianesimo - principale colpevole dell'ottimismo occidentale- fa i conti con il dilemma della nostra finitezza e, offrendo la prospettiva della vita eterna, lo supera. Lo stesso non può dirsi delle nuove “divinità”: come potrebbe il Progresso sopravvivere ad una diffusa e profonda consapevolezza della morte? La Scienza non collasserebbe forse sotto i terribili fendenti d'una saggezza (conoscenza dell'essenziale) comune? Il denaro manterrebbe il suo valore in tasca ad una moltitudine di futuri cadaveri? Nella società moderna il rapporto col deterioramento si è decisamente deteriorato. E’ sufficiente osservare le reazioni d’un ipotetico interlocutore alla parola “morte” per avvedersene: repentini mutamenti di discorso, scongiuri, , riti scaramantici…. Si rifiuta di fronteggiare a viso aperto la certezza dell'irreparabile, preoccupandosi piuttosto di nasconderla e dissiparla. Così, un fatto di cronaca nera viene sapientemente dissimulato dall’ovattato bagliore dei riflettori, e spettacolarizzato a tal punto da apparire irreale. In tal modo è possibile promuovere il massivo asservimento alle nuove divinità, che riescono nell'ardua impresa di risultare ancor più ingannevoli ed illusorie dell'ormai defunto dio. Un medievale direbbe "la morte conduce alla vita eterna", un contemporaneo affermerebbe, invece "la morte…mmm, non ne parliamo, c'é tempo…ora torno a lavorare!". Dobbiamo morire, ma non vogliamo pensarci: immortali sino a prova contraria! Inconsapevolezza della morte: sciocca degenerazione della Scienza, putrida propaggine della buona educazione. La meditata coscienza del proprio ineluttabile destino dovrebbe sostituire queste illusioni, istigando alla santità dell'ozio piuttosto che all'idolatria del profitto; invitando alla pacifica staticità anziché all'asfissiante morsa della competizione. La religione della morte dovrebbe sgominare gli ottenebranti titani dell'età moderna. L'umanità dovrebbe impigrirsi: solo in questo modo ostacolerebbe i funesti ingranaggi della Storia, scomparendo serenamente e volontariamente da questo cosmico atollo di nefandezze. La Morte è l'unica certezza, e l'unico valore possibile.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da FrankSpaghetti il Mer Apr 16, 2008 2:06 pm

analisi impeccabile. se tutti i poser fossero così il mondo sarebbe un posto migliore.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da washer. il Mer Apr 16, 2008 4:37 pm

FrankSpaghetti ha scritto:analisi impeccabile. se tutti i poser fossero così il mondo sarebbe un posto migliore.
ah ah.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da matt. il Mer Apr 16, 2008 4:58 pm

nietzsche. niente di nuovo. ma se ne può parlare...

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Mer Apr 16, 2008 6:01 pm

... Non parlo di volontà di potenza, ma di deliberata volontà di impotenza- che è massima espressione di potenza.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Gartek il Mer Apr 16, 2008 6:03 pm

Anche questa non mi giunge nuova neh.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da rejino il Mer Apr 16, 2008 6:06 pm

matt. ha scritto:nietzsche. niente di nuovo. ma se ne può parlare...

no dai, ci vedo quasi nulla di nietzsche in quel testo. ti confondi con la morte di dio?
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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Mer Apr 16, 2008 7:24 pm

Gartek ha scritto:Anche questa non mi giunge nuova neh.
Eh, vabbè, perchè tu l'hai già letta sull'altro forum. Ciononostante, è sicuramente complementare alla discussione attuale, ergo precisarlo non è un errore.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Mer Apr 16, 2008 10:45 pm

rejino. ha scritto:
matt. ha scritto:nietzsche. niente di nuovo. ma se ne può parlare...

no dai, ci vedo quasi nulla di nietzsche in quel testo. ti confondi con la morte di dio?
Appunto: se Nietzsche è un'idolatra dell'azione, e propone un'ideale di uomo attivo ed energico; io sono un infatuato dell'ozio, ed indico piuttosto il selciato d'un'anemica atarassia.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da matt. il Mer Apr 16, 2008 10:57 pm

sono stato poco esaustivo. intendevo il fatto che hai posto il problema di come affrontarte la morte di dio. non il metodo, il problema...
scusate.


Ultima modifica di matt. il Mer Apr 16, 2008 11:08 pm, modificato 1 volta

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Mer Apr 16, 2008 11:01 pm

beh, certo, ho volutamente e palesemente fatto richiamo alla situazione con cui fece i conti Nietzsche. E'la proposta ad essere diversa.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da matt. il Mer Apr 16, 2008 11:08 pm

ho sbagliato.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Mer Apr 16, 2008 11:27 pm

Perfettamente ^^
Ora, vogliamo discuterne oppure no? L'alternativa è non cagarmi asd

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Re: La morte come valore

Messaggio Da FrankSpaghetti il Mer Apr 16, 2008 11:44 pm

interessante alternativa


comunque, purtroppo la sua è un'utopia e suppongo ne sia consapevole.


la cultura del dovere è troppa radicata, ne abbiamo discusso altre volte asd

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Mer Apr 16, 2008 11:57 pm

Ma io non pretendo che l'umanità imbocchi questa via: solamente voglio dimostrare quanto sia giusta asd Per mera autogratificazione, ovviamente.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da FrankSpaghetti il Gio Apr 17, 2008 12:02 am

asd, non dubitavo.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Moltengod il Gio Apr 17, 2008 12:37 pm

Non vedo nessun valore concreto nella morte
Essa è una sicurezza,ma è ben lungi dal poterlsi ritenere un valore, io anzi ci vedo semplicemente una noramlissima teoria,fatalismo e (in un certo senso)stoicismo.
Ma vorrei portare alla tua attenzione tante altre correnti di pensiero che contrastano questa tua visione,prendiamo i cirenaici: aristippo, edonista, che ricercava il piacere sempre e dovunque, "cogli l'attimo"
Non riesco quindi a concepire nelle tue, sicuramente, belle parole un valore propriamente universale
Ciò che dici è vero, la gente non vuole parlarne cerca di evitare il discorso, ma proprio questo mi dimostra come la morte incuta una certa paura e che ritenerla un valore, se non in una visione cristiana, sia abbastanza affrettato
vedi io penso che il discorso verta più che altro sulla necessità, prendi le varie filosofie orientali buddhismo ad esempio, ti dice che la vita è solamente dolore e che la morte è l'unica via di uscita, ma la morte è vista come unica possibilità, ciò è ben diverso, la necessità è come avrebbe detto kierkegaard disperatamente non voler essere se stessi.
Quando ti trovi davanti una sola via d'uscita senza possibilità allora in quel momento sopraggiunge la rassegnazione chè più un imposizione che un valore

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Gio Apr 17, 2008 2:26 pm

Moltengod ha scritto:Non vedo nessun valore concreto nella morte
Essa è una sicurezza,ma è ben lungi dal poterlsi ritenere un valore, io anzi ci vedo semplicemente una noramlissima teoria,fatalismo e (in un certo senso)stoicismo.
Ma vorrei portare alla tua attenzione tante altre correnti di pensiero che contrastano questa tua visione,prendiamo i cirenaici: aristippo, edonista, che ricercava il piacere sempre e dovunque, "cogli l'attimo"
Non riesco quindi a concepire nelle tue, sicuramente, belle parole un valore propriamente universale
Ciò che dici è vero, la gente non vuole parlarne cerca di evitare il discorso, ma proprio questo mi dimostra come la morte incuta una certa paura e che ritenerla un valore, se non in una visione cristiana, sia abbastanza affrettato
vedi io penso che il discorso verta più che altro sulla necessità, prendi le varie filosofie orientali buddhismo ad esempio, ti dice che la vita è solamente dolore e che la morte è l'unica via di uscita, ma la morte è vista come unica possibilità, ciò è ben diverso, la necessità è come avrebbe detto kierkegaard disperatamente non voler essere se stessi.
Quando ti trovi davanti una sola via d'uscita senza possibilità allora in quel momento sopraggiunge la rassegnazione chè più un imposizione che un valore
Veramente è proprio l'oraziano "carpe diem" che vado propugnando, ovvero: attingi dal calice della morte la possibilità d’una serenità immediata, rifiutando d’ipotecare l’istantaneo per una felicità solo ipotetica in un futuro solo eventuale.


Ultima modifica di Apolide metafisico il Gio Apr 17, 2008 2:58 pm, modificato 1 volta

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Moltengod il Gio Apr 17, 2008 2:32 pm

sarà anche stupido come contro argomento ma una domanda sorge spontanea:

CHE CI FAI QUA? Wink

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Gio Apr 17, 2008 2:54 pm

Domanda davvero poco acuta, perché presuppone che tu non abbia capito nulla di ciò che ho esposto: ti sei limitato ad una reazione tanto automatica quanto erronea alla lettura della parola "morte", ipotizzando che io stessi incitando al suicidio, ritenendo la caducità d'ogni cosa un buon motivo per compiere l'estremo gesto (e non lo é).
Ovviamente non è così: ho parlato, piuttosto, dell'idea della morte come risorsa per la vita, indicando nella serena consapevolezza del Vacuo la prerogativa imprescindibile per aderire al "carpe diem".

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Moltengod il Gio Apr 17, 2008 2:59 pm

Apolide metafisico ha scritto:Domanda davvero poco acuta, perché presuppone che tu non abbia capito nulla di ciò che ho esposto: ti sei limitato ad una reazione tanto automatica quanto erronea alla lettura della parola "morte", ipotizzando che io stessi incitando al suicidio, ritenendo la caducità d'ogni cosa un buon motivo per compiere l'estremo gesto (e non lo é).
Ovviamente non è così: ho parlato, piuttosto, dell'idea della morte come risorsa per la vita, indicando nella serena consapevolezza del Vacuo la prerogativa imprescindibile per aderire al "carpe diem".

allora aspetta fammi capire:

dici praticamente questo:quando la morte sopraggiunge è una valore,ma che comunque bisogna aspettare che arrivi senza autoprocurarsela?

e quindi praticamente esattamente cosa c'è di diverso?
considerarla solo in un modo diverso?


se è così mi dispiace dirti che sei stato anticipato di circa 2300 anni 🐰

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Gio Apr 17, 2008 3:13 pm

Moltengod ha scritto:
Apolide metafisico ha scritto:Domanda davvero poco acuta, perché presuppone che tu non abbia capito nulla di ciò che ho esposto: ti sei limitato ad una reazione tanto automatica quanto erronea alla lettura della parola "morte", ipotizzando che io stessi incitando al suicidio, ritenendo la caducità d'ogni cosa un buon motivo per compiere l'estremo gesto (e non lo é).
Ovviamente non è così: ho parlato, piuttosto, dell'idea della morte come risorsa per la vita, indicando nella serena consapevolezza del Vacuo la prerogativa imprescindibile per aderire al "carpe diem".

allora aspetta fammi capire:

dici praticamente questo:quando la morte sopraggiunge è una valore,ma che comunque bisogna aspettare che arrivi senza autoprocurarsela?

e quindi praticamente esattamente cosa c'è di diverso?
considerarla solo in un modo diverso?


se è così mi dispiace dirti che sei stato anticipato di circa 2300 anni 🐰
Non mi interesso proprio al fatto di procurarsela o meno: è un fattore totalmente contingente.
Per morte ( e qui ammetto che il titolo poteva trarre in inganno) intendo l'idea della morte, la morte come oggetto della propria speculazione, come saldo appiglio e consolazione, e non nella sua semplice datità.

Non avevo intenzione, aprendo questo topic, di indicare una via nuova e, sebbene sia convinto che talune implicazioni non siano mai state seriamente considerate, non è di questo che voglio parlare: a prescndere dalla carica innovativa delle tesi esposte, è discuterne che mi interessa.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da clarinette il Gio Apr 17, 2008 7:10 pm

a seguire il tuo ragionamente, se bene ho capito (perchè può darsi io fraintenda dopo tutte le cose che sono state dette), bisognerebbe guardare alla vita come rassegnazione alla morte: perciò l'uomo invece di progredire o ingegnarsi, ricercare il benessere, la saggezza e vattelapesca, tutti ''valori'' - se proprio vogliamo chiamarli così, anche se io non li concepisco come tali - che non portano da nessuna parte, o meglio, non giovano alla vita ultraterrena, dovrebbe vivere nell'ozio, non curandosi di se stesso e vivendo in un'attesa ineluttabile.

bah, non lo so. io non credo. se davvero la mentalità antica fosse partita da un presupposto simile, non ci sarebbe stato il progresso industriale, economico, coscienziale, etc.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da Apolide metafisico il Gio Apr 17, 2008 7:40 pm

clarinette ha scritto:a seguire il tuo ragionamente, se bene ho capito (perchè può darsi io fraintenda dopo tutte le cose che sono state dette), bisognerebbe guardare alla vita come rassegnazione alla morte: perciò l'uomo invece di progredire o ingegnarsi, ricercare il benessere, la saggezza e vattelapesca, tutti ''valori'' - se proprio vogliamo chiamarli così, anche se io non li concepisco come tali - che non portano da nessuna parte, o meglio, non giovano alla vita ultraterrena, dovrebbe vivere nell'ozio, non curandosi di se stesso e vivendo in un'attesa ineluttabile.

bah, non lo so. io non credo. se davvero la mentalità antica fosse partita da un presupposto simile, non ci sarebbe stato il progresso industriale, economico, coscienziale, etc.
Scienza, tecnica, medicina: varianti qualitative e quantitative, non certo essenziali.
Credi davvero che, in percentuale, cinquecento anni fa fossero meno le persone che si dichiaravano felici rispetto a quante siano oggi?
Sarebbe giù un buon risultato se non avvenisse il contrario.
Per quanto riguarda il resto: non ho parlato di rinuncia al benessere e alla felicità.
Al contrario, ho sostenuto che la saggezza suprema, che si concretizza nell'interiorizzazione della Verità dell'obitorio, schiuda i cancelli della serenità e, per il selciato dell'atarassia, conduca all'applicazione pratica del "carpe diem". Il tutto, ovviamente, indica nel Progresso e nella Tecnica una via erronea, dacchè il concetto stesso di progresso presuppone una smodata tensione verso il futuro, contraddicendo così la volontà di cogliere l'attimo presente e minimizzare le fatiche.

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Re: La morte come valore

Messaggio Da clarinette il Gio Apr 17, 2008 7:55 pm

Apolide metafisico ha scritto:
clarinette ha scritto:a seguire il tuo ragionamente, se bene ho capito (perchè può darsi io fraintenda dopo tutte le cose che sono state dette), bisognerebbe guardare alla vita come rassegnazione alla morte: perciò l'uomo invece di progredire o ingegnarsi, ricercare il benessere, la saggezza e vattelapesca, tutti ''valori'' - se proprio vogliamo chiamarli così, anche se io non li concepisco come tali - che non portano da nessuna parte, o meglio, non giovano alla vita ultraterrena, dovrebbe vivere nell'ozio, non curandosi di se stesso e vivendo in un'attesa ineluttabile.

bah, non lo so. io non credo. se davvero la mentalità antica fosse partita da un presupposto simile, non ci sarebbe stato il progresso industriale, economico, coscienziale, etc.
Scienza, tecnica, medicina: varianti qualitative e quantitative, non certo essenziali.
Credi davvero che, in percentuale, cinquecento anni fa fossero meno le persone che si dichiaravano felici rispetto a quante siano oggi?
Sarebbe giù un buon risultato se non avvenisse il contrario.
Per quanto riguarda il resto: non ho parlato di rinuncia al benessere e alla felicità.
Al contrario, ho sostenuto che la saggezza suprema, che si concretizza nell'interiorizzazione della Verità dell'obitorio, schiuda i cancelli della serenità e, per il selciato dell'atarassia, conduca all'applicazione pratica del "carpe diem". Il tutto, ovviamente, indica nel Progresso e nella Tecnica una via erronea, dacchè il concetto stesso di progresso presuppone una smodata tensione verso il futuro, contraddicendo così la volontà di cogliere l'attimo presente e minimizzare le fatiche.

se scienza (e per scienza, anche sapienza), tecnica e medicina non fossero così essenziali come dici, perchè in questi millenni l'umanità non ha fatto altro che ricercarle, specializzarle, concretizzarle?
cosa te ne fai della saggezza suprema se poi non la metti in pratica?
non ho mai detto che nel cinquecento le persone fossero più felici. sicuramente i fatti avvenuti nel cinquecento hanno favorito lo sviluppo successivo.
che tu voglia o no, l'esistenza di un singolo uomo presuppone la successione. ed è per questo che ci adoperiamo per fare tutto ciò che è in nostro potere per migliorare, migliorandoci.

non credo affatto nel tanto decantato ''carpe diem''. e il mio sarà pure un ragionamento semi-capitalista, ma conto di vivere invece che aspettare la morte.

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