Mani di Sogno

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Mani di Sogno

Messaggio Da Weltschmerz il Gio Mag 15, 2008 7:19 pm

Sta roba è vecchia. A momenti compie un anno. Però mi piace ancora.

Mani di Sogno

Capitolo I-Vaghe Coscienze


Il ragazzo si agita nel sonno.Ha un incubo.Ha incubi ogni notte,da più di un anno ormai, senza un motivo apparente.Incubi di ogni tipo,angoscianti dove qualcuno o qualcosa lo insegue,incubi che evocano ricordi della sua vita e altri tipi di incubi,i più terrificanti a suo parere perché,per quel che si può capire un sogno, ha notato che mischiano i ricordi peggiori,le sue fantasie e paure più nascoste col non-senso tipico dei sogni,collocandoli-e collocandolo- in ambienti macabri,terrificanti o angoscianti.E non sa come uscirne.
Ha provato ogni metodo concepito dalla mente umana,dai farmaci alla psicologia,dalle terapie ai sonniferi ma niente sembra aver funzionato;per quel che ne sa,la causa non ha origine patologica,genetica o psicologica.Non che questo abbia molta importanza ormai.
Il ragazzo cammina.E’ in un vecchio edificio,forse una comune,dalle pareti sporche e scrostate e un odore di polvere e chiuso nell’aria.Ci sono molte porte lungo il corridoio ma nessuna finestra.Lui continua a camminare,la maggior parte delle porte non gli interessa,alcune lo spaventano,altre,semplicemente,non le vede.Una di queste si apre: è di legno,ebano,forse,molto spessa e con due buchi irregolari sul pannello.Una voce lo chiama,lui forse sente ma non ascolta,finchè la voce non lo raggiunge a un palmo dal viso:<<Martino!>>-grida la voce-<<Martino il Tagliaerba!>>
Il ragazzo si volta:l’uomo è molto magro,con addosso un vecchio frac e grandi occhiali tondi.Fa odore di erba tagliata e cenere.Il ragazzo non lo conosce.
<<Non sono io>>-gli dice-<<non è il mio nome.>>
<<Martino il Tagliaerba!>>-fa l’uomo come se non l’avesse sentito-<<vieni!Il fuoco è pronto!>> Lo prende per mano e insieme attraversano la porta;il paesaggio è di campagna: colline in lontananza,un laghetto in primo piano,un albero di quercia e una roccia grigia.Sulla roccia c’è un uomo sulla sessantina,emana un odore d’acqua marina,sangue e lacrime di rabbia.E’ vestito di un lungo mantello di lino grigio,un sombrero in testa,calato su un occhio,e un guanto di cuoio alla mano sinistra.Alza lo sguardo verso il ragazzo:<<Abboccano?>>
<<Non oggi>>-risponde lui.Prende un arpione di ferro e lo scaglia nello stagno.L’arpione si conficca sul fondo e rimane fuori di un palmo.
<<Unglaublich!>>-impreca-<<ho bisogno di una piuma.>>
<<Affatto!>>-replica l’uomo in frac-<<è un buon colpo.Tira su.>>
Il ragazzo ubbidisce.Afferra a due mani l’asta e cerca di estrarla dall’acqua;dopo il terzo strattone l’arpione emerge:sulla lama sono impalati tre grossi storioni.Hanno volto di neonati.
<<Molto giovani ma pieni di ottimo sangue!>>-esclama l’uomo anziano.Il ragazzo getta a terra l’arpione e,senza una parla,riattraversa la porta d’ebano.Il corridoio è più lungo,almeno lo è per il ragazzo,e diverse luci lo illuminano.Il ragazzo cammina più sicuro dopo la porta d’ebano,niente più polvere ma solo un caldo odore di ceppi ardenti.Il ragazzo si ferma davanti ad una porta;non ha maniglie né scritte ed è d’ossidiana,nera come la notte,fredda e dura come il ferro.La spinge con un gesto sicuro ed entra.
Un vento freddo e aggressivo lo investe,odori indefiniti lo raggiungono,la porta si richiude alle sue spalle e lui,finalmente,apre gli occhi.


(Lo metto spezzettato perchè è lungo.)

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Re: Mani di Sogno

Messaggio Da Weltschmerz il Ven Mag 16, 2008 3:25 pm

Capitolo II- Il Labirinto di Nebbia


La siepe è alta,molto alta,fatta di agrifoglio e rovi, e si dirama in due sentieri;c’è nebbia lungo il cammino,umido e odore di pioggia e un diffuso senso di terrore.Il ragazzo si avvicina alla biforcazione,entrambi i sentieri sono immersi nella nebbia,impossibile vedere oltre.Appeso ai rovi davanti a lui c’è un cartello di legno con parole incise in una grafia obliqua e approssimativa:

“VERITA O ILLUSIONE,
CONFRONTO O CONFORTO,
UN SENTIERO DA SCEGLIERE,
DUE DA VISITARE.”

Il ragazzo si volta da una parte e dall’altra,sente gli odori e i suoni e sa quali sono i sentieri.Tremante,rimane immobile senza sapere dove andare,senza riuscire a decidersi.Altri odori arrivano al suo naso,chiude gli occhi per un istante e alla fine decide: si incammina sul sentiero di destra.
Il ragazzo cammina con passo malfermo,nonostante il sentiero sia pianeggiante;non osa abbassare lo sguardo,spaziando il paesaggio da una parte all’altra.E’ nebbia ovunque.Una piccola luce si fa strada in mezzo alla foschia.Il ragazzo pensa a una lanterna ma la luce è incostante e forte come una fiamma;alcuni suoni la accompagnano,suoni di una danza dimenticata:un flauto,due tamburi in pelle e uno strumento a corde che non conosce,suona come balzano i grilli.Comincia un lento canto:voci femminili,mormorano più che cantare,poi una sovrasta le altre;è giovane,poco più che ventenne e mentre canta la musica cessa mentre voci maschili,due,forse tre,mormorano le stesse parole.Il ragazzo si avvicina e il quartetto alza il volume della voce finchè lui non si siede sul tappeto erboso e loro smettono di colpo.La musica riprende.Il ragazzo si guarda attorno,osserva il grande fuoco danzare sull’erba senza consumarla,accompagnato dalle danzatrici.
Solo i tamburi ora, e il quartetto riprende a cantare;due figure scure portano una grande ciotola mentre loro cantano forte fin quasi a gridare.Il cuore nella ciotola non è grande,poco più del palmo del ragazzo,è immerso in acqua calda di fonte ed è quasi crudo.Il ragazzo lo prende,quella vescicola rossastra così piccola e così importante, e non ha esitazioni:lo infila in bocca e comincia a masticarlo.
E’ piuttosto molliccio,nota, ma alla fine riesce a mandarlo giù:una calda sensazione di torpore si diffonde nel suo corpo,poi solo serenità e sicurezza.Si alza in piedi con gli occhi che brillano e si allontana mentre la danza attorno al fuoco prosegue sempre più frenetica e rumorosa.Cammina e si ritrova di nuovo immerso nella nebbia,ma non ha più paura ora,né si muove nervosamente.Le uniche indecisioni che ha sono ai bivi,ma il vento porta nuovi odori e nuovi suoni e tutto si risolve.Cammina ancora ma alla sensazione di sicurezza si sostituisce la forza di volontà,la sensazione di dover andare avanti nonostante il dolore e la fatica.Ha un peso nello stomaco ora,uno dolore che gli fa digrignare i denti e piegare più volte;la gola brucia come bagnata d’assenzio.
Cammina ancora,quasi in ginocchio,fino al fiume(non vede che nebbia ma sa che è un fiume),si piega per bere ma l’acqua è maleodorante e non osa neppure toccarla.Un lento sciabordio in un punto imprecisato e una lunga sagoma si avvicina:la barca è bassa e lunga,occhi dipinti a entrambe le estremità,da entrambi i lati. Il conducente è un uomo anziano,molto magro e nudo fino alla cintola,dove una tunica bianca e logora scende fino alle caviglie.In piedi sulla barca,rema lentamente,lo sguardo fisso davanti a sé.Ferma la barca a pochi centimetri da riva,davanti al ragazzo:<<Cosa mi porti?>>-gli chiede.
Il ragazzo lo guarda supplicante,poi comincia a tossire;al terzo colpo di tosse sputa fuori la vescicola sanguinolenta che aveva ingoiato.Il vecchio fissa il cuore,poi di nuovo il ragazzo.Attende.
Il ragazzo si alza e raccoglie il cuore,porgendoglielo.Il vecchio lo fissa un istante,poi lo deposita ai suoi piedi:<Bene>>-afferma-<<una moneta d’oro per i morti,un rametto di vischio per i vivi e un cuore di fanciullo per i sognatori.>>Così dicendo lo fa salire e,lentamente,ricomincia a remare.

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Re: Mani di Sogno

Messaggio Da Weltschmerz il Sab Mag 17, 2008 2:47 pm

Capitolo III: Corno e Avorio


L’erba dall’altra parte del fiume è più alta,non molto ma più alta,incolta quasi.Le siepi sono ancora alte e ostili,la nebbia più sottile ma ancora persistente.Il ragazzo scende a terra senza dire una parola,si volta e la barca è svanita,non un suono,non un segno.Ricomincia a camminare,questa volta incerto,ma non impaurito.Non sa dove andare.Il paesaggio comincia a cambiare:dalle siepi spuntano numerosi rami,pieni di foglie,spine e fiori.Un rumore di fianco a lui lo fa sobbalzare:dall’ombra esce una figura vestita di abiti vecchi e pelli..L’uomo ha una sacca di frecce legata alla vita,in mano stringe un possente arco a doppia curvatura,di fattura mongola,anche se lui sembra occidentale, con quella pelle bianca e i lunghi capelli castani.
<<Vengo dall’Italia>>-gli dice,anche se il ragazzo non gliel’ha chiesto-<<da Ancona.>>
Il ragazzo ha solo una vaga idea di dove sia l’Italia,men che meno Ancona,ma non ha il tempo di dire niente che l’uomo è già scappato in mezzo agli alberi.Si ode il secco suono di una corda che schiocca,il suono dell’arpa del diavolo,poi un grido lancinante.Silenzio.Senza pensare,il ragazzo si getta nel bosco.La nebbia c’è ancora qui,come se volesse ricordargli che ha ancora da temere,ancora da fare attenzione.
Il bosco gli manda l’odore della ginestra,di animali selvatici e uno odore più strano,intenso e delizioso:l’odore di sangue.Il ragazzo corre più forte e si ritrova in una piccola radura:c’è una pietra al centro e in essa è conficcata una delle lunghe frecce che aveva visto nella sacca dell’uomo,sottile e perfetta.la punta è quasi scomparsa nella nuda roccia.Tutt’attorno è macchiato di sangue fresco che gocciola nell’erba.Il ragazzo si rimette a correre,non sa dove sta andando,non sa perché lo fa,ma non si ferma.Esce da un cespuglio e si ritrova in un’altra radura,molto più grande della precedente.Al centro c’è un lungo tavolo di legno,ai lati spuntano quattro ceppi e da essi quattro catene d’osso tengono fermi piedi e mani.
La ragazza ha il volto triste:la pelle è di un bel colore brunito,il corpo è snello e agile e si ha l’impressione che sia più adatto alla vita di foresta,al correre in mezzo agli alberi,piuttosto che a una vita di città.I capelli sono di molti colori,blu,viola,rosso, giallo e cambiano ad ogni suo movimento.Il ragazzo rimane incantato da tanta bellezza,dal corpo sinuoso che si contorce,dai suoi occhi color nocciola,penetranti come quelli di un falco.Accanto a lei c’è l’uomo con l’arco che il ragazzo aveva visto prima,solo che non è più lui: è basso e tozzo,calvo e con la barba incolta e un sorriso arcigno sulle labbra.Tutt’attorno,la gente osserva incuriosita.
<<Non siate timidi,signori!>>-esclama con un forte accento americano-<<tutto ciò che è perfettamente legale!>>
Una donna di mezza età si alza in piedi:<<Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti in casa ora che i miei figli se ne sono andati!Reclamo la ragazza per me!>>
<<Questa non è una cavalla da soma,ma di razza!>>ribatte un uomo anziano,robusto e ben vestito-<< E deve generare figli!Mia moglie è sterile perciò lei sarà perfetta per me!>>
Si alzano in piedi altre persone e all’improvviso tutto degenera in un turbinio di voci e di mani che si agitano.Il ragazzo non capisce perché si affannino tanto,non riesce a comprendere nemmeno perché ognuno di loro voglia la ragazza.Non riesce a distogliere lo sguardo da lei,da quei suoi occhi così profondi,dai suoi capelli che cambiano al vento.Con una calma innaturale,si fa strada in mezzo alla calca,nessuno lo nota,tutti sono troppo occupati a litigare.Non si curano di lui nemmeno quando si avvicina alla giovane,nemmeno quando con un martello ne spezza le catene,la prende in braccio e la porta via dalla ressa.Intanto,una pistola spara un colpo,qualcuno grida e rumori secchi di ossa che si spezzano riempiono l’aria.
Lontano dal rumore e dal caos il ragazzo si ferma, adagia la giovane per terra e la osserva: è svenuta,o forse dorme,e ha un’aria calma e serena e il ragazzo sente aumentare l’attrazione verso di lei.La ragazza si sveglia:due grandi occhi color nocciola lo fissano,i capelli cambiano in blu e giallo.Il ragazzo la guarda negli occhi e per un attimo il desiderio avvampa in lui:<<Nada..>>-sussurra,come se le stesse dando un nome.Lei lo guarda e ha paura-non dovrebbe averne?-e tenta di divincolarsi;lui la tiene ferma,non per farle male ma per non perdere il contatto visivo con i suoi occhi.La guarda ancora ma il sorriso che aveva svanisce,lasciando posto a un vago cipiglio:si alza in piedi,lasciandola a terra perplessa,si porta una mano alla bocca e poi,senza dire una parola,corre via.
Percorre un piccolo fiumiciattolo di montagna,ma è come in trance,non sente il freddo dell’acqua,il vento che gli sferza la faccia e il rumore del torrente sulle rocce.Nemmeno,in lontananza,un debole grido soffocato.

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Re: Mani di Sogno

Messaggio Da Weltschmerz il Dom Mag 18, 2008 12:01 pm

Capitolo IV: Danno Cerebrale


Il ragazzo entra in un locale.E’ uno di quei tipici fast-food americani,sviluppati in lunghezza,con un tipico bancone dagli angoli arrotondati,davanti al quale ci sono i tipici tavoli di un fast-food americano.Al primo tavolo sono seduti due uomini: non hanno più di 30 anni anche se la barba e i baffi gliene danno molti di più.Gli abiti sono del tutto inusuali per il luogo, e anche per l’epoca; sarebbero più adatti ad una recita teatrale del ‘500 ma loro non ci fanno caso e neppure gli altri avventori.L’uomo che da le spalle al ragazzo,con capelli castani lisci, si alza in piedi brandendo un foglio di carta:<<Per Dio,Kit!Se solo sapessi scrivere come te!Frasi come questa del tuo Faust: “Ah!Metà dell’ora è passata!Presto sarà passata tutta!Oh Dio,se tu non vorrai aver pietà della mia anima,allora,per amor di Cristo,il cui sangue mi ha liberato,poni fine al mio incessante dolore!Ah!>>-rimase immobile nella posizione di declamare i versi-<<mi si gela il sangue nelle vene!>>
<<Me lo auguro,amico mio, me lo auguro.>>-ribattè l’altro,con barba e baffi grigi,e un boccale di birra in mano-<<ma quest’opera che stai scrivendo,questo “Sogno di una notte di mezza estate”,non è poi tanto male. I versi hanno tutti un metro,ed è scritto molto bene.>>
<<Non è la prosa a preoccuparmi,Kit>>-dice l’altro,voltandosi-<<ma il contenuto.Dietro a tutti questi abbellimenti non è altro che una fiaba per bambini.>>
Il ragazzo lascia i due uomini a discutere e si avvicina ad un altro tavolo: una giovane coppia sta discutendo animatamente.La ragazza picchia i pugni sul tavolo,facendo vibrare i bicchieri:<<Sei uno stronzo,ecco cosa sei!>>-urla con voce isterica-<<e sei pure un bugiardo,un traditore e un..un…pervertito!>> E’ in lacrime e il suo compagno,con aria mortificata,cerca di prenderle le mani:<<Amore,ascolta..>>-fa per dire,ma lei si alza in piedi con un gesto stizzito e riprende a urlare:<<Non chiamarmi amore!Quello che hai fatto è..è…è il mio migliore amico!Il mio migliore amico e tu hai…io porto un bambino in grembo!E l’ho avuto con te!Con te!ma forse questo non conta niente!Forse era solo per riscaldarti l’uccello prima di andare a divertirti con lui,eh?>>
Il ragazzo alza la testa e la fissa a bocca aperta:<<Sei…tu sei…?>>
<<Sono incinta,razza di idiota,e se a te importasse qualcosa di me mi…>>-continua a gridare ma lui non l’ascolta più;con un movimento rapido afferra il coltello e glielo conficca in gola.Lei ha delle convulsioni,piccoli spasmi nel momento della morte,poi si ferma:<<Non ho sentito dolore>>-dice dopo un po’.
<<No?>>
<<No.>>
<<Aspetta,fammi riprovare.>>-estrae il coltello e lo conficca nell’altro lato.La ragazza fa un altro cenno di diniego.
<<Forse possiamo trovare un modo…>>-riprende e mentre il ragazzo si volta si sentono rumori viscidi e sgradevoli.Cammina fino all’ultimo tavolo dove incontra un uomo sui venticinque anni,vestito con giacca e cravatta,che lo invita a sedersi.
<<Ti hanno mai parlato dell’amore di Dio?>>-gli chiede,una volta che si è seduto.
<<Mi dispiace,io non credo in queste cose>>-gli dice gentilmente il ragazzo,ma l’uomo sembra non averlo sentito e continua a parlare,accennando al Giorno del Giudizio,al Paradiso e a quello che ognuno deve aspettarsi.
<<Forse tutto questo è stato solo un grosso errore>>-gli dice nel tentativo di fermarlo ma mentre lo fa entrano nel locale degli strani tipi.Strani tipi che portano maschere da coniglio e hanno dei fucili in mano.Il ragazzo li vede,sa cosa sta per succedere e decide che non c’è altra scelta:prende una buona rincorsa(e un bel respiro) e si tuffa dalla finestra in un fragore di urla e vetri rotti.
Una volta fuori,il vento gli porta l’odore della sabbia e dell’acqua salata:senza pensare,si dirige verso il mare.

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Re: Mani di Sogno

Messaggio Da Weltschmerz il Mer Mag 21, 2008 4:52 pm

Capitolo V: Piaghe, Perle e Paure


Il ragazzo cammina lungo una scogliera: è il tramonto adesso e l’atmosfera è più serena, con un velo di quella malinconia strana che porta sollievo al cuore. Sotto la scogliera c’è un piccolo tratto di spiaggia sabbiosa dove le onde si sdraiano formando strani disegni sulla sabbia e, poco distante da quei disegni, è accovacciata una figura nera.
Il ragazzo la nota subito, in totale contrasto con la luce e la bellezza di quel luogo e, incuriosito, decide di avvicinarsi. Scende lungo la scogliera, saltando da un masso all’altro come se fosse nato per farlo; su una roccia nota una scritta “Dio c’è” fatta con spray nero, su un’altra la stessa scritta cancellata e sostituita da: “Dio c’era, ora è più in là”.
Finalmente arriva sulla spiaggia e torna a fissare la figura nera: è una donna, nota. No. Non una donna. Una ragazza. Vestita di un lungo vestito nero, con i capelli corvini che le coprono la faccia, scrive sulla sabbia parole che il mare cancella subito dopo. Eppure non smette. Il ragazzo si avvicina fino ad arrivare a pochi passi da lei, ma quella sembra non accorgersene. Scrive, e basta. Il ragazzo non sa cosa fare. Senza smettere di fissarla, si schiarisce la voce:<<Hai bisogno d’aiuto?>>-chiede timidamente.
La ragazza si interrompe prima di mettere il punto a una frase e il ragazzo riesce a leggere cosa c’è scritto:”Devi essere come il mare che, infrangendosi contro gli scogli, trova sempre la forza di riprovarci.” Passa un’onda e cancella la frase.
La ragazza si volta e lui riesce finalmente a guardarla in viso e vede che la pelle di un bianco innaturale, appena colorato dal rosso del tramonto; sull’occhio destro ha dipinti giri d’inchiostro nero e lacrima da entrambi. Ma non piange.
<<Va tutto bene, grazie.>>-dice con voce flebile, e riprende a scrivere.
<<Perché scrivi?>>-le chiede il ragazzo, senza smettere di fissarla.
La ragazza non si volta più, né smette di scrivere; sorride con un sorriso amaro e parla:<<Perché devo credere che sia vero>>-dice, e una lacrima cade a formare il punto di una I.
Il ragazzo non ha capito quello che ha detto e vorrebbe chiederle altro ma viene distratto da un rumore sopra la scogliera. Lascia la ragazza a scrivere e si arrampica di nuovo.
Arrivato in cima vede un gregge di pecore che si avvia lungo una strafa che prima non aveva notato. A guidarle è un uomo giovane, vestito di brache e tunica di foggia araba. Canta in una lingua che il ragazzo non conosce. Nono conosce neppure l’uomo eppure decide di seguirlo.
Segue il gregge e il suo pastore lungo una strada sterrata che supera colline e pianure e comincia ad avere sempre più caldo, man mano che la notte si avvicina e il paesaggio si fa sempre più arido. E’ ormai in pieno deserto quando scorge in lontananza dei fuochi. Molti fuochi. Le luci di una città.
E che città! Il ragazzo è a ridosso delle mura, mura ciclopiche, spesse quanto il braccio di un gigante, che sembrano barriere di roccia inespugnabili, illuminate da molte torce che risplendono anche sulle torri, così alte che il ragazzo quasi non riesce a vederne i merli.
Il pastore entra con il suo gregge attraverso l’immane portone borchiato di ferro e il ragazzo si affretta per non restare chiuso fuori. Una volta all’interno, gli si spalanca il mondo davanti. La città è illuminata ad ogni angolo da bracieri e torce e non vi è un vicolo o strada buia. E’ una metropoli, come il ragazzo non ne ha mai viste.
Comincia a camminare lungo la via principale, quella che gli sembra la via principale, un tripudio di luci e colori, dove un mare di profumi lontani lo avvolge, confondendogli i sensi ed esaltandone di nuovi. Ogni casa ha almeno due piani e molte salgono verso il cielo in torri alte e massicce; nessuna città vista dal ragazzo fino a quel momento può eguagliare in magnificenza quella distesa sterminata di fuochi e palazzi.
Il ragazzo svolta in una via secondaria e quando rialza gli occhi la vede: magnifica, eterna, unica.
I quattro pinnacoli salgono altissimi verso il cielo, come lance levate in un impeto di gloria; le punte si confondo con il cielo stellato e il ragazzo ha l’impressione che non abbiano fine. La cupola centrale supera in altezza la maggior parte degli edifici, le finestre sembrano grandi quanto una porta normale e il portone quanto una comune capanna. Come la città sovrasta tutte le altre, così quella moschea non ha eguali tra le chiese, le sinagoghe, i templi o gli altari di mille paesi.
E’ magnifica, destinata a durare in eterno, ma il ragazzo non può soffermarsi ancora: riprende il cammino verso la parte più alta e fortificata della città: il palazzo.
Il palazzo del califfo è l’edificio più imponente della città: costruita interamente in pietra bianca massiccia, si staglia come una guardia d’avorio nella notte, illuminato a giorno dalle centinaia di torce e difeso dalle migliori truppe del regno.
Il ragazzo varca il cancello delle mura secondarie poco prima che venga chiuso e in poco tempo è davanti al portone del palazzo, costruito in legno nero e ferro, con intarsi in oro. Il ragazzo lo varca ed entra in quello che molti prima di lui avevano definito “il palazzo delle meraviglie”. Il salone è enorme, di pietra bianca come l’esterno, decorato dalle infinite porte che conducono a molteplici corridoi e stanze, alcune delle quali permesse solo al sovrano. Scende alcune gradinate e immediatamente viene avvolto da nuvole di vapore misto a profumo. Facendosi largo nella nebbia, arriva al bordo di una piscina enorme, che pare un lago per dimensioni. Vi è immersa una sola persona, un uomo magro sulla trentina, con piccoli baffi e lunghi capelli neri. Porta al collo uno strano pendaglio a forma di uncino e ha lo sguardo triste e pensoso.
Il ragazzo gli si avvicina e timoroso osserva i lineamenti del suo corpo magro eppure tonico finché questi non si volta verso di lui:<<Ho perso il dono del sonno molto tempo fa, mio giovane amico>>-dice con voce calma e profonda-<<e benché il mio corpo non mostri traccia delle privazioni, la mia mente è sconvolta e prega incessantemente per un po’ di riposo.>>
<<Forse questa può aiutarvi, signore>>-risponde il ragazzo ed estrae dalla tasca una vecchia moneta di rame bucata. Il califfo la prende in mano e la esamina con sguardo stupito: a poco a poco l’espressione muta in uno sguardo di piacevole sorpresa:<<Se Dio così vorrà>>-sussurra-<<se Dio così vorrà..>>
Infila la moneta sulla lingua, poi chiude la bocca. Ad un suo cenno entrano due guardie, portando con sé un’incantevole ragazza dalla carnagione scura come i suoi capelli, raccolti in una lunga chioma. Il ragazzo ne fissa estasiato il corpo perfetto e il viso affilato e giovane.
Il sovrano sorride al ragazzo:<<Hai allontanato da me un male terribile, giovane amico. Lascia che ti ricompensi come posso: una fanciulla degna di te per farti compagnia durante la notte.>>
Il ragazzo si volta verso di lui, capisce quel che si aspetta e rimane a bocca aperta:<<No, mio signore, io non posso prendere…non posso.>>
<<No? Molto bene, allora.>> Fa un altro gesto e la guardia alla destra della ragazza estrae una palà, la lunga sciabola a doppio taglio, affilata e sinuosa, e con un gesto altrettanto sinuoso le taglia la gola.
La ragazza cade a terra senza emettere un gemito, mentre il sangue cola lungo il bordo della piscina, tingendo l’acqua di rosso.
Mentre il ragazzo fissa la scena a bocca aperta, le guardie portano dentro un ragazzino più giovane di lui, imberbe, puro e tenero come una pesca.
<<Forse lui allora?>>
Il ragazzo è sempre più spaventato.
<<No, mio signore, io non posso…NO!>> La lama della guardia sta per carezzare il collo del giovane e lui scatta in avanti, ma prima che possa fare qualcosa scivola sul sangue della ragazza e cade nella piscina.
Il contatto caldo con l’acqua, una marea di bolle gli offusca la vista, poi solo il buio.

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Re: Mani di Sogno

Messaggio Da Weltschmerz il Gio Mag 22, 2008 3:52 pm

Conclusione- Capitolo VI: Urla finché riesci


Man mano che il ragazzo si agita l’acqua si fa sempre più sporca; l’odore è pulito e fresco, in netto contrasto con quella barriera paludosa appena illuminata dai deboli raggi del sole. Finalmente riesce a emergere.
Il contatto con l’aria è qualcosa di liberatorio e insperato, così forte da bruciargli le narici. A tentoni, il ragazzo riesce a mettersi in piedi; l’odore pulito è ancora più forte e la luce è di un bianco allucinante, come se un alone permeasse tutto l’ambiente. Quando gli occhi si abituano alla luce il ragazzo scopre di essere in una palude che si estende a perdita d’occhio; solo in lontananza si scorgono alberi sfocati che cingono tutto il perimetro.
Il ragazzo volta la testa e immediatamente indietreggia di qualche passo, sobbalzando: davanti a lui si erge un tempio gigantesco, dal cui corpo centrale si distacca un torre altissima, terminante con una grande cupola. Il tempio, sembra essere greco, affonda le fondamenta direttamente nell’acqua, così come le lunghe gradinate che corrono lungo tutta la costruzione, interrotte ai quattro spigoli da enormi piedistalli, su cui si ergono fiere statue di dei morti da tempo.
Il ragazzo decide di avvicinarsi e comincia ad avanzare nella palude con passo incerto, notando che l’acqua sale man mano che il tempio si avvicina, finché è costretto a nuotare. Una volta raggiuntolo, poggia i piedi sulla prima gradinata asciutta e alza la sguardo: la costruzione è ancora più imponente vista da vicino, altissima ed enorme, di chiara fattura greca, e sul frontone principale sono incisi molti nome. Il ragazzo riesce a leggerne solo alcuni: Abraxas, Chtulu, Danu, Surdr, Quetzalcoatl.
Comincia a salire lentamente le gradinate, sentendo l’eco dei suoi passi ad ogni gradino. Arrivato in cima, osserva le enormi colonne che tengono in piedi il tempio: disegnate a cilindro, sono dipinte scene di caccia, di vita comune e altre scene che il ragazzo non riesce a distinguere, nonostante i disegni nitidi. Decide di lasciar perdere e s’incammina nel buio del tempio.
L’interno è incredibilmente caldo, nonostante non ci siano fuochi accesi e il vento soffi da numerose entrate senza porte; l’atrio è completamente deserto ma vi sono un centinaio di statue dispose lungo le pareti, anche queste effigi di popoli e dei di tempi passati. Il ragazzo non si ferma a nessuna statua ma scorge una nicchia nel muro che sembra non dare sull’esterno: si avvicina e vede che a destra parte una lunga scalinata, alta e ripidissima, quasi verticale. E’ costantemente illuminata da numerose torce e ciò nonostante non se ne vede la fine, anche se un vento gelido arriva a intervalli regolari dall’alto, facendo tremolare le fiamme. Non c’è traccia di ringhiere o corrimano.
Il ragazzo è incuriosito dai suoni che sembrano arrivare dalla cima e decide di salire. Dopo aver superato una decina di torce, scorge un’entrata nel muro, a destra della scala; si affaccia e vede due gruppi di tre uomini ciascuno, vestiti con un armature di bronzo, una lancia in una mano, uno scudo nell’altra. Si affrontano in un duello barbaro, saltandosi addosso e colpendo con la lancia, colpendo l’avversario e cercando di sbudellarlo. Uno dei guerrieri ( per il ragazzo è impossibile distinguerli) salta addosso a un altro e lo getta a terra, per poi togliergli lo scudo. In un attimo gli pianta la lancia nel petto, trapassando il bronzo sottile come carta; estrae la lancia e lo infilza più volte, finchè l’uomo non è completamente maciullato. A quel punto lo fissa per un po’, poi solleva la lancia e comincia a rotearla sopra la testa, schizzando di sangue il pubblico sugli spalti ( il ragazzo non li aveva notati, benché ora veda come si agitino e gridino di piacere alla vista del sangue).
I ragazzo si decide a risalire solo quando l’uomo viene ucciso a sua volta e il sangue gli macchia i pantaloni. Ricomincia a salire.
Non si ferma più a nessuna entrata ora. Qualsiasi suono senta, qualsiasi odore gli arrivi alle narici, qualsiasi cosa veda di sfuggita. Niente lo farà affacciare ad una qualsiasi di quelle stanze. Pensa solo a salire ora, con la fretta di chi sa di avere poco tempo. Le gambe gli fanno male per il peso della salita ( che sembra farsi sempre più ripida) ma lui non si ferma: vuole solo arrivare in cima alla scalinata e ogni colpo di vento gelido è come un soffio vitale per i suoi polmoni.
Dopo aver superato quindici stanze e un’infinità di torce, comincia a vedere un raggio di luce; guarda in su e un rettangolo bianco vivo gli rischiara il volto, indicandogli l’apertura verso l’esterno.
Comincia a correre, per quel che gli è possibile dopo una salita del genere, e una volta sorpassata un’ultima stanza, senza colore, odore e suono, mette le mani e si arrampica fuori dall’apertura. Il contatto con l’esterno dopo l’oscurità della scalinata è devastante: il ragazzo chiude gli occhi davanti alla luce accecante del sole e contemporaneamente respira a pieni polmoni l’aria fredda e pungente. Pian piano riacquista la vista e allora può vedere dove si trova: è in cima ad una torre rotonda, senza merli o parapetti, e dalla base partono quattro piccole colonne a sostenere una cupola arabeggiante. Al centro c’è un piccolo sgabello in pietra ma il ragazzo non ci fa caso: la torre è altissima, tale da rendere insignificante la scalinata, e da quell’altezza riesce a vedere per una distanza (che gli sembra) infinita. Una grande catena montuosa a Ovest, dove le cime si confondono con le nuvole, una riva scoscesa e poi il mare infinito, al centro del quale un pescatore sta cercando di accendere un fuoco; e poi città, migliaia di città, metropoli enormi e confuse e villaggi così piccoli da non avere neppure un nome.
E’ una vista da togliere il fiato e per un po’ il ragazzo non si accorge della figura nera che lo osserva, accanto allo sgabello di pietra. Solo quando si volta per guardare meglio il paesaggio, solo allora lo nota.
Ha lunghi capelli neri che spuntano come un cespuglio dalla testa, occhi dentro ai quali si potrebbe misurare l’universo, ed è vestito con un lungo mantello nero che lo copre interamente, decorato qua e là da mezzelune e costellazioni. La pelle è bianca, pallidissima, quasi diafana come i vampiri dei racconti che leggeva spesso la notte.
Lo sta fissando senza emozioni apparenti; solo un lieve sorriso gli increspa la bocca, ma non sembra rivolto a lui. Il genere di sorriso di chi osserva un lavoro ben fatto.
Il ragazzo fa un passo in avanti, indeciso su cosa fare:<<Mi scusi>>-esordisce-<<credo che forse..>>
L’uomo lo interrompe:<<Benvenuto, mio giovane ospite. Sei il primo della tua gente che arriva qui da molti anni.>> La voce è profonda e acuta al tempo stesso tanto che sembra che a parlare siano due persone.
<<La mia gente?>>-chiede perplesso il ragazzo-<<intende i magrebini?>>
Il sorriso sul volto dell’uomo si fa, forse, più largo:<<Intendo gli umani.>>
Il ragazzo non capisce e continua a fissare l’uomo che, intanto, prende a camminare, spingendosi fino sul bordo della torre:<<Sì, nessuno della tua gente viene più qui da moltissimo tempo. Sono tutti troppo impegnati in quelle faccende che considerano vitali per la loro sopravvivenza. E color che non si affannano sono troppo annebbiati, confusi e impigriti dalla loro stessa vita per darsi pene o preoccupazioni. Ah, quanto è contraddittoria la tua gente, giovane ospite, e quanto insensati sono il suo raziocinio, i suoi ideali e i suoi comportamenti! Se non lo sapessi falso, giurerei che tutto ciò che scorgo di loro non sia altro che un sogno!>>
Al suono di quell’ultima parola il ragazzo alza la testa e per la prima volta sorride:<<Un sogno, ma certo! Questo è un altro dei miei incubi! Ne ho in continuazione ormai. Questo è soltanto…un po’ più lungo!>>
L’uomo, che (ormai è chiaro anche al ragazzo) di umano ha poco, si volta verso di lui:<<E’ un ben strano sogno, però, questo in cui hai piena facoltà delle tue azioni.>>
Il ragazzo scrolla le spalle:<<In molti sogni si riesce a controllare i propri movimenti, in parte. A sogno più lungo corrispondono azioni più lunghr.>>
La figura china la testa e i capelli gli coprono il volto. Per un po’ non vi è altro suono che l’ululare del vento, poi rialza la testa. Il ragazzo lo guarda e vede che lacrime sottili cominciano a rigargli le pallide guance. Prima che possa fare qualsiasi cosa, la figura riprende a parlare:<<Ma allora non capisci?>>-dice con voce tremante-<<questo non è un sogno!>>
Il ragazzo rimane perplesso davanti alla sua affermazione e sta per ribattere quando una scintilla scocca nella sua testa. Ripensa a tutto quello che ha visto e sentito: i cacciatori di bambini, il labirinto e la danza dimenticata, la caccia nel bosco e l’asta per la fanciulla, il fast-food americano, la ragazza che scriveva sulla sabbia e l’immensa città, con i suoi palazzi e il suo califfo.
E improvvisamente la consapevolezza si fa strada in lui: cade sulle ginocchia, bianco in volto, e comincia a urlare…

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Re: Mani di Sogno

Messaggio Da fameindecisa. il Mar Giu 24, 2008 12:32 am

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Re: Mani di Sogno

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